Ci sono momenti in cui le parole non bastano. Il dolore, la perdita, l’attesa chiedono un altro linguaggio: quello del silenzio, fatto di presenza, di sguardi, di sensazioni. Nel lavoro di counselling accade spesso che non sia la parola a curare per prima, ma la capacità di restare accanto, senza riempire.
È un’esperienza profondamente umana: quando qualcosa finisce e non resta che attraversare quel vuoto. Eppure è proprio lì che, lentamente, i sensi — la vista, il tatto, l’olfatto, la memoria — aiutano a reggere il dolore, finché, quasi senza accorgercene, qualcosa dentro ricomincia a muoversi.
È sorprendente come già nel Quattrocento sia riuscito a mostrarlo in un suo dipinto Andrea Mantegna, pittore in auge alla corte mantovana dei Gonzaga, massimo esperto di tecnica prospettica appresa dai grandi maestri Donatello e Piero della Francesca e di forme luminose e morbide ereditate dal maestro veneziano Giovanni Bellini. Il suo Cristo morto dà forma a quel momento sospeso in cui non si può ancora comprendere, ma solo stare: vicino al dolore, dentro il silenzio.
Per questo parlare di questo dipinto in un blog di counselling non è parlare solo di arte, ma di esperienza umana: del dolore, dell’attesa, della presenza, e di quel silenzio che a volte è l’unico linguaggio possibile e, altre volte, è lo spazio in cui tutti i sensi — la vista, il tatto, l’olfatto, la memoria — aiutano lentamente il cuore a sopravvivere e, un giorno, a ripartire.
Il silenzio del Sabato Santo e la sfida di Mantegna
Il Mantegna dunque, artista monumentale formato sul modulo classico come il migliore umanesimo italiano chiedeva, si appresta a dipingere su tela, e già questo è innovativo, il suo Compianto su Cristo Morto in un arco temporale che va dal 1475 al 1478 (datazione incerta, per alcuni più tarda), mentre comunque è ancora il pittore di corte massimo dei Gonzaga. La versione iconografica che dà di questo tema risulta però stravolta e nuovissima: alle braccia della Madre che accolgono il figlio dopo la Deposizione si sostituisce la nuda pietra di marmo su cui questo Cristo è adagiato e i tre dolenti a fianco (la Madre, Giovanni e una Maddalena in fondo) vengono ridotti a gruppo unico che assiste senza toccarne più il corpo.
Un momento sospeso tra morte e resurrezione
Anche la sequenza narrativa che il Mantegna decide di tagliare e narrare è particolarissima: il Cristo è deposto sulla pietra dell’Unzione (prova ne sia il vasetto degli oli rappresentato in alto a destra), non è ancora stato bendato per la sepoltura e viene rappresentato coperto da un drappo che risulta essere più un pietoso velo a coprirne il corpo martoriato, oppure, mi piace pensare, una leggera coperta con cui la madre copre il figlio dormiente in un estremo atto d’amore… ma non sono ancora le bende del sudario di cui parla Giovanni nel suo Vangelo. È quindi questo il corpo più vicino a quello che possiamo immaginare sarà tra poco nel sepolcro, ma il più vicino quindi anche a quello che potrà risorgere liberandosi da bende e pietra.
Nessuno fino a quel momento si era dunque spinto a raffigurare il Cristo del Sabato, del silenzio assoluto. Comunque un tempo di stasi, di attesa. La loro Parasceve e il nostro Sabato Santo aliturgico chiedevano un Cristo Morto assoluto, fratello di ogni uomo abbandonato al freddo della morte e all’angoscia del pianto di chi ama troppo ed è rimasto in vita vicino ad un corpo freddo ed esangue.
Prospettiva e luce: le armi del pittore
Ma il maestro Mantegna cos’ha a disposizione per rappresentare quel silenzio cosmico ed inesprimibile? Ha le sue armi “da pittore”: prospettiva e colore-luce. Se sulla prospettiva già da tempo si arrovellava con disegni preparatori e studi sul tema, qui la soluzione è arditissima: lo scorcio è molto pronunciato, addirittura illusionista, ed il centro prospettico si colloca nel punto dei genitali. Una prospettiva dunque non solo tecnica e virtuosa ma anche simbolica: questo è fondamentalmente un Cristo consegnato totalmente alla morte e quindi tutto uomo, almeno per quel che riguarda il corpo. Il viso invece, visto in scorcio dal basso all’alto, appare sereno e composto: il viso di Dio, non dell’uomo.
Qui si colloca l’ambivalenza che il Mantegna ha voluto esprimere: la composizione degli ossimori che solo il silenzio poteva operare. Le due nature, umana e divina, convivono nel corpo contratto dal rigor mortis e nel volto disteso di un Dio che è sceso agli Inferi per salvare ogni uomo.
Gli ossimori della luce e del dolore
Ma ossimori ricomposti avvengono anche nell’uso sapiente di luce e colore: il livido del corpo esangue è tutto un gioco di piani di luce che proviene da una fonte a destra e crea direttrici luminose autonome. Quella carne priva di vita risulta composta da piani luminosi quasi assemblati: la muscolatura, il panneggio, il viso sereno, le rughe dei dolenti, le ferite luminose come pietre incastonate. Tutto concorre a una composizione in cui morte e vita coesistono.
Il silenzio dunque si mostra come sforzo di composizione di estremi: la giovane Madre dell’Annunciazione è qui la Madre segnata dagli anni, Giovanni diventa adulto nella responsabilità, Maddalena resta sullo sfondo ma sarà la prima a cercare il corpo nel giardino.
Il silenzio, il profumo, l’amore
Questo opera il silenzio del Sabato, appiattendosi forse sull’unico senso che ci è dato immaginare, l’olfatto, che consente di avvertire il profumo degli oli aromatici che parlano anche di vita, come il nardo versato pochi giorni prima. Di nuovo il silenzio come eccesso d’amore: un Dio piagato che scende agli inferi e porta in Paradiso per primo il Buon Ladrone.
Resta la meraviglia del profumo che si coglie solo quando si abbraccia qualcuno: quando Cristo, l’Unto di Dio, lascia la Pietra dell’Unzione per abbracciare tutta l’umanità e salvarla per sempre dal sonno di un inferno che non ha profumi.
