Un libro sulla speranza tra esperienza clinica e vissuto umano
In questi tempi di guerra, il termine “schegge” associato a “speranza” può sembrare quasi un ossimoro; eppure è proprio a partire da questa provocazione gentile che la dottoressa e psicoterapeuta Rita Garofalo ha pubblicato il suo ultimo libro, Schegge di speranza. Le relazioni che curano tra epigenetica, neuroscienze e Gestalt Therapy, uscito proprio il mese scorso. L’autrice racconta di averlo concepito come un figlio, nato dall’intreccio di esperienze personali e professionali. Autodefinendosi un “ibrido professionale”, in quanto medico endocrinologo ma anche psicologa e psicoterapeuta gestaltista, ha maturato una lunga esperienza clinica presso un ospedale di Catania, lavorando con pazienti diabetici in età pediatrica e adolescenziale, per poi specializzarsi nella Gestalt Therapy fino a diventarne didatta. Il suo è un percorso “circolare”, capace di mettere in dialogo medicina e psicologia e di far emergere connessioni profonde tra processi biochimici, emozionali e relazionali.
Dalla disperazione alla speranza: una nuova lettura della fragilità
Una consapevolezza attraversa ogni pagina: quando perdiamo equilibrio, nella malattia o nella fragilità, ci sentiamo più deboli e spesso disperati. Il libro, tuttavia, ribalta questa prospettiva: se disperare significa “rifiutare la speranza”, restando in contatto con il proprio corpo e con il proprio respiro è possibile riattivarla. L’autrice costruisce così una visione autenticamente olistica, fondata sull’integrazione tra epigenetica, neuroscienze e Gestalt Therapy. L’epigenetica studia l’influenza dell’ambiente sull’espressione genica; le neuroscienze analizzano il legame tra cervello, mente e comportamento; la Gestalt Therapy valorizza il corpo, la relazione e il “qui e ora”, aiutandoci a comprendere come l’esperienza relazionale trasformi la nostra identità. Il libro rende questi concetti accessibili anche a chi non è un addetto ai lavori, unendo rigore scientifico e profondità umana.
Relazioni che curano: tra biologia, parole e significato della malattia
Leggendo, si ha la sensazione di essere accompagnati in un percorso di cura: veniamo guidati a comprendere che è possibile convivere con una patologia cronica e vivere una vita piena, costruendo una relazione autentica con l’altro e con la propria sapienza corporea. La malattia viene riletta come alterazione di un equilibrio allostatico, cioè di un sistema dinamico che mantiene la stabilità attraverso il cambiamento. In questo contesto, la speranza emerge come un vero e proprio “farmaco”: gli studi del neurofisiologo Fabrizio Benedetti mostrano come, in una relazione di cura significativa, le parole possano attivare le stesse vie biochimiche dei farmaci, trasformandosi in strumenti concreti di guarigione. La relazione terapeutica diventa così una forma di cura su base biologica.
Storie di trasformazione e un messaggio universale di speranza
Il libro si chiude con due storie emblematiche: quella del signor Carmelo, paziente diabetico che, sentendosi finalmente ascoltato, offre una chiave di lettura profonda del legame tra corpo e mente, e quella di Ilaria, adolescente fragile che, attraverso la relazione con la sua dottoressa, impara a prendersi cura di sé fino a diventare una donna consapevole. Due percorsi diversi, uniti dalla possibilità di trasformazione che nasce dalla relazione. Schegge di speranza ci ricorda così che la speranza è un “farmaco” universale, necessario non solo nelle grandi sofferenze ma nella vita quotidiana: ciascuno di noi può diventare veicolo di questa cura attraverso le parole, la presenza e la qualità delle relazioni. E per questo, davvero: grazie Rita, per averlo raccontato con tanta delicatezza.
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