Chi era Gianfranco Zavalloni

8 Ottobre 2025by Chiara Gatti

Chi era Gianfranco Zavalloni?

Gianfranco è stato il maestro per eccellenza prima e Dirigente Scolastico successivamente.
Oggi viene ricordato per il suo impegno nella promozione di una scuola creativa lenta, non violenta, naturale e rispettosa dei diritti dei bambini.

Ancora prima di laurearsi in economia e commercio con una tesi, elaborata a seguito dell’esperienza vissuta in Perù, sulla prospettiva di fondare l’organizzazione della società sulla compatibilità e sostenibilità nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future, entra a far parte della scuola materna come primo maestro maschio nella sua regione.
Partire dai bambini per cambiare il mondo, era il punto cardine.
La sua figura è riconosciuta maggiormente per il suo pensiero critico nei confronti della scuola moderna, spesso troppo orientata alla produttività, alla valutazione e alla tecnologia e per la sua proposta più umana, ecologica e relazionale.

Amava definirsi semplicemente maestro, un vero maestro, non uno che indicava la strada, ma insegnava a guardare, a interrogarsi, a scegliere, uno che guidava senza mettersi davanti.
Un personaggio che è sempre riuscito a far nascere delle domande dentro, un coltivatore di differenze, uno stimolatore di autonomia, una presenza viva che illuminava per un po’ e poi lasciava spazio per far brillare.

Per Gianfranco educare ha significato sempre camminare accanto finché non si riusciva a trovare la propria direzione.
Ha lasciato sbagliare con la fiducia di chi sa che è lì che si cresce, nella curva imperfetta del cammino.

Che cosa lo ha spinto a mettere i bambini al centro dei suoi studi e della sua stessa vita?

Gianfranco ha scelto di lavorare con i bambini piccoli perché con loro ha imparato davvero a educare, con pazienza, ascolto e stupore.
Non è stata solo una scelta lavorativa ma un atto politico e culturale: abbandonare la logica della crescita economica, per abbracciare quella della crescita umana, dei ritmi naturali e del rispetto dell’infanzia.
L’educazione parte dal basso, dal quotidiano, dal corpo, dal gioco, non dalle teorie astratte.
A scuola a contatto con i bambini, Zavalloni sviluppa una pedagogia della lentezza, dell’ascolto, dell’ambiente.

Quando si parla di Gianfranco si cita la pedagogia della lentezza, di cui anni fa fu precursore, di cosa si tratta?

La pedagogia della lentezza è uno dei concetti chiave del suo pensiero ed è anche uno dei contributi più originali e attuali alla riflessione educativa contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “fare le cose con calma”, ma di rivedere radicalmente il rapporto tra educazione, tempo, apprendimento e vita, opponendosi al modello scolastico improntato alla velocità, alla competizione e alla produttività.
La pedagogia della lumaca è un approccio educativo che propone di valorizzare il processo più che il risultato.
Mette al centro l’esperienza concreta, non solo la teoria, coltiva la meraviglia, l’osservazione, l’ascolto.
Rifiuta la fretta come valore educativo.

Che cosa fu per lui l’incontro coi bambini del Brasile sia quelli di famiglia ricca che quelli più poveri?

Zavalloni ha vissuto e lavorato in Brasile come responsabile dell’Ufficio Scuola e Cultura presso il Consolato d’Italia di Belo Horizonte.

In America Latina ha visto bambini di ceto medio-basso vivere in modo libero e autentico, spesso a contatto con la natura e con la comunità, anche se a volte esposti a fragilità.

Un paradosso che proprio dove mancano le risorse economiche, resistono forme di infanzia con un margine di libertà maggiore, rispetto ai bambini sovrastrutturati del ceto alto.
Lì ha avuto conferma che quei diritti spontaneamente vissuti, in Europa andavano rivendicati.
Entrato in un contesto pedagogico fortemente influenzato dal pensiero di Paulo Freire, autore di riferimento per l’educazione popolare e per la pedagogia degli oppressi, Gianfranco concorda sul concetto di educazione come atto di liberazione e non di addestramento.
La centralità dell’esperienza vissuta, del dialogo e della consapevolezza critica è fondamentale.

Che riflessione comportò nel confronto con i bambini italiani o anche occidentali?

Gianfranco sentì più che mai l’esigenza di trasformare il suo manifesto in una vera e propria dichiarazione pedagogica, un atto di resistenza culturale, una denuncia poetica e politica contro un modello educativo e sociale che ha impoverito l’infanzia sul piano dell’esperienza corporea, sensoriale e relazionale.
Ha scollegato l’educazione dalla natura, dal silenzio, dalla libertà di esplorazione.

In che cosa consiste il suo manifesto dei Diritti?

Il Manifesto dei diritti di Bimbe e Bimbi, che risale al 1994, consiste in un decalogo di diritti che Gianfranco ha elaborato per richiamare l’attenzione sui bisogni “naturali” dell’infanzia che oggi spesso vengono trascurati.
Ci invita a svegliarci per acquisire consapevolezza che ci troviamo di fronte a un’infanzia dimezzata, spogliata della sua vera natura; tenta di smuovere le coscienze degli adulti attraverso la forza educativa del ricordo.

È una proposta di vita, una sfida, un atto di critica e riflessione nei confronti della società moderna, ma al tempo stesso offre a ciascuno di noi l’occasione per mantenere l’atteggiamento del buon maestro, che vedendo negatività del mondo ha la speranza che i bambini possano in futuro cambiarlo.
Gianfranco invita tutti a trovare un modo per continuare con ottimismo attraverso il suo manifesto.
Un manifesto politico e pedagogico: pedagogico perché ci dice di mantenere sempre l’impegno, la consapevolezza e il credo nel cambiamento possibile; politico perché è un manifesto di riflessione e protesta pacifica.

In questo tempo virtuale anche per i più piccoli, questi diritti sono ancora proponibili? Quali soprattutto?

Oggi sono urgenti più che mai, necessari per riequilibrare il rapporto tra bambini e mondo.
Viviamo in un tempo virtuale accelerato, digitalizzato, urbanizzato dove l’infanzia rischia di essere scollegata dalla natura, di essere immersa in una tecnologia continua e passiva, sempre più programmata e protetta, privata dell’esperienza diretta, del corpo, del gioco libero.
Per questo motivo, riproporre e difendere i diritti naturali è un atto educativo e sociale di resistenza che mira a restituire ai bambini il contatto con la realtà viva.
Il diritto all’ozio ripropone momenti di tempo vuoto silenzioso, libero e profondo, è fondamentale per lo sviluppo della creatività, della fantasia e della libertà interiore.
Il diritto delle mani è essenziale per recuperare la connessione tra mente, corpo e ambiente.
Il diritto al selvaggio rivela chiaramente la pedagogia di Gianfranco ovvero la“costruzione del mondo”.

Esplorare, sperimentare, costruire, sentire in luoghi non addomesticati dall’uomo. Nella natura imperfetta e asimmetrica risiede la bellezza dell’apprendimento. Tutti e 10 i diritti sono validi e possono rappresentare un riferimento per tutti i bambini del mondo, viaggiando sui binari del tempo e dello spazio attraverso la lentezza, la natura, il racconto di sé e la narrazione.

 

Intervista a Stefania Fenizi

Chiara Gatti Counsellor
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