Caro Diario…
“Che cosa serve scrivere un diario? Perché scriviamo un diario?” Forse lo scriviamo per questo: ”per consegnare quotidianamete le nostre azioni ad un diario ci libera, è una forma di igiene, bisognerebbe insegnarlo ai bambini come si insegna a lavarsi i denti”…”per liberarci dalla storia, liberarsene ogni giorno per svegliarci ogni mattino più leggeri.”
La riflessione di Edoardo Prati e Alberto Savinio
Riporto alcune affermazioni del mio giovane blogger preferito, Edoardo Prati, che ho già citato, traendole da un suo video dello scorso 16 settembre (https://bit.ly/4pzN83C).
Citando a sua volta lo scittore Alberto Savinio nel suo libro “Dico a te, Clio”, Edoardo ci racconta che anche lui tiene quotidianamente un diario e questa cosa, in accordo con lo scrittore di cui parla, lo libera dalla pesantezza della sua storia personale.
La tesi è che fissare nero su bianco in una libera narrazione le proprie vicende vissute, attraverso il meccanismo psichico della consegna, sia motivo di sgravio per poter vivere meglio. Il concetto di “consegna” e di “consegnarsi” è indubbiamente molto significativo nell’ottica di trovare una via per stare meglio ed essere più sereni, anche in situazioni molto difficili.
Anna Frank e l’inizio di un dialogo con il diario
Così, se facciamo, a proposito di diari celebri, un passo indietro importante di oltre ottant’anni, ci ricordiamo che la ragazzina Anna Frank, a ben tredici anni, ricevette in dono per il suo compleanno il 12 giugno del 1942 un diario che l’avrebbe accompagnata almeno per due anni abbondanti.
Scrive Anna: “Con nessuno dei miei conoscenti posso far altro che chiacchiere, né parlar d’altro che dei piccoli fatti quotidiani. Non c’è modo di diventare più intimi, ecco il punto. Forse questa mancanza di confidenza è colpa mia; comunque è una realtà, ed è un peccato non poterci far nulla. Perciò questo diario. Allo scopo di dar maggior rilievo nella mia fantasia all’idea di un’amica lungamente attesa, non mi limiterò a scrivere i fatti nel diario, come farebbe qualunque altro, ma farò del diario l’amica, e l’amica si chiamerà Kitty.” Mentre nella dedica poco sopra aveva scritto: “Spero che ti potrò confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno.”
Narrazione come relazione
In queste righe emergono pensieri molto vicini a quelli di Edoardo e si delineano alcuni elementi fondamentali sulla narrazione intesa come fonte terapeutica di benessere.
Primo elemento: Anna inizia a scrivere per una profonda solitudine esistenziale, perché ha la sensazione di non poter condividere il suo mondo interiore più vero e profondo né con familiari, né con conoscenti, mentre denuncia il suo bisogno intenso di un’amica vera, che sta attendendo da tempo.
Narrarsi nasce da una sensazione di vuoto interiore, di bisogno di contatto profondo con l’altro.
Alla base di ogni narrazione, scritta od orale che sia, c’è dunque una profonda ricerca relazionale, perché la narrazione è relazione, sempre!
Geniale è quindi l’idea di Anna di trasformare il diario stesso in un’amica, soprannominata Kitty, e non di crearsi un amico immaginario con cui parla all’interno del diario.
Ognuno di noi scrive o si racconta sempre per un “tu”, qualcuno a cui immaginiamo di narrarci e che desideriamo e sogniamo interessato a noi e rapito dal nostro racconto.
In un suo splendido saggio sulla narrazione scrive il prof. Antonio Sichera (Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Catania): “In questo senso un indicatore primario della narrazione, da più parti oggi riconosciuto, ovvero il destinatario del racconto, è effettivamente l’altro a cui la parola narrata, e dunque il suo poietès [trad. far poesia, narrazione], si rivolgono come ad un ‘tu’ davanti al quale il racconto prende corpo. Perche ad ogni ‘tu’ (e ad ogni comunità di ascoltatori o di lettori) si offre un racconto diverso: ad ogni risposta, ad ogni feedback dell’altro corrisponde una modulazione diversa della storia”.
Lo sgravio dal peso del passato
Secondo: il bisogno di dirsi tutta al suo diario, e questo risuona molto vicino al tema della consegna di sé e delle proprie azioni, che sgrava la mente dal pensiero degli eventi vissuti per poter ripartire più leggero e non condizionato, nel senso che la storia di ieri non vada vissuta come fardello condizionante.
La speranza di consolazione
Infine, la speranza di una consolazione, che Anna esprime teneramente con “spero che per me sarai un gran sostegno”. Attraverso la narrazione si ricerca una forma di consolazione, che emerge dal dire, dal dare un nome alle proprie esperienze e alle proprie emozioni, dal diventarne consapevoli nella speranza di poterle attraversare, quando diventino troppo forti e insopportabili. Il narrare, anche in forma orale, è sempre un presentarsi all’altro e questo ha particolare valore se quello che si narra è qualcosa di doloroso, che può essere di natura fisiologica legata ai cambiamenti o di natura traumatica.
A proposito di queste sofferenze definite “normali” dal prof. Giovanni Salonia, psicoterapeuta della Gestalt Therapy e frate cappuccino, egli scrive, rivolto a chi si trova ad accogliere queste narrazioni: “L’arte della consolazione di questi tipi di sofferenze si esprime in alcune capacità innate. La prima è l’esser-ci, il restare presenti di fronte a colui che attraversa la sua sofferenza. Questo significa permettere che l’altro dica tutta la sua sofferenza, versi tutte le sue lacrime, urli tutto il suo dolore senza interromperlo. Proprio quando il dolore è espresso sino in fondo si placa, e si trasforma in progressiva accettazione della sofferenza. Bloccare l’espressione del dolore significa cronicizzarlo. Diceva Paul Goodman a proposito dei processi emotivi: «Ciò che non si completa si perpetua»”.
Narrare per guarire
Quindi narrarsi è già un po’ guarire, se solo accettiamo di iniziare quel percorso difficile e coraggioso che Fritz Perls, l’altro grande padre della Gestalt Therapy assieme al sopra citato Paul Goodman, diceva: “The only way to go out Is to go through! “ (Trad. : “L’unico modo per uscirne è passarci attraverso”).
E narrarsi è un inizio per iniziare a farlo!
