La solitudine è una bestia selvaggia?

15 Gennaio 2026by Chiara Gatti
Un saggio personale, schietto e quotidiano

In “Nostra solitudine”, uscito nell’ottobre 2025 edito da Mondadori, l’autrice Daria Bignardi usa una prosa schietta e limpida, direi lineare, creando un saggio particolare proprio a partire da se stessa e dalla propria esperienza quotidiana.
Nell’affrontare questo tema difficile, quanto attuale, si rifà ai suoi viaggi, alle sue letture, al rapporto coi social come pure alla relazione con gli animali che ama o incontra, fino a citare esperienze piuttosto ordinarie, quali episodi di vita a Milano o addirittura pensieri tratti dalle sedute col suo psicoterapeuta.

I libri amati: solitudine, sofferenza e libertà

Intraprende anche un dialogo immaginario con i suoi libri amati come “L’amante” di Marguerite Duras, “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, la “Triste tigre” di Neige Sinno, , “Il taccuino d’oro” di Doris Lessing e “Io sono lei” di Lucy Sante.
E qui idealmente trova riferimenti non solo sul tema della solitudine, ma anche su quello più ampio della sofferenza e della possibilità di attraversarla senza soccombere, rimanendo creature libere.

Traumi, maternità e condizione femminile

Ancora l’autrice riflette sui suoi traumi personali (ereditati dalla madre quando era ancora dentro di lei?), come pure sulla condizione femminile in senso ampio, sul valore della maternità che però lega la donna al mito mai sfatato di dover essere sempre e comunque l’angelo del focolare. E in questo modo il tema della solitudine per lei accomuna tutto il genere femminile, proprio per quel suo essere tale, perché afferma, con una riflessione un po’ amara: «Le donne, le persone omosessuali o trans e le persone detenute, che condividono una condizione atavicamente svantaggiata e oppressa, sono quelle che conoscono meglio la solitudine».

I viaggi e la solitudine degli ultimi

Ugualmente fa parlare i suoi viaggi, in alcune delle parti più scomode del mondo: il libro si apre con il viaggio in Vietnam assieme al figlio Federico, poi in Cisgiordania dove conosce i prigionieri palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane nello scambio di ostaggi. E poi da Hebron passa a Gerusalemme, proprio poco prima della morte di Papa Francesco; e infine in Uganda, dove conoscendo un’associazione che si occupa della salute dei bambini, assiste perfino ad un intervento a cuore aperto.
Così Daria, in questi viaggi, incontra la solitudine degli ultimi del mondo, di coloro che non hanno voce perché fanno parte di quella “cultura dello scarto”, così chiaramente definita da Papa Francesco.

La domanda centrale e la “bestia selvaggia”

E si pone la grande domanda che in fondo fa da fil rouge a tutto il libro, il quale solo in apparenza è la narrazione personale delle varie solitudini dell’autrice: «Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia?
La nostra solitudine non è solo nostra.
Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani.
La mia solitudine è una bestia selvaggia.
In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l’aria, annusa l’ebbrezza della libertà. Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile

Un percorso senza ricette, dentro la complessità della vita

Insomma, chi legge questo libro, sicuramente lo sceglie perché vuole capire qualcosa di uno stato d’animo che sente anche suo. Eppure non trova risposte risolutive, ma affronta un viaggio vario e impegnativo, un susseguirsi di pensieri e di eventi narrati solo apparentemente confusi, in realtà ben connessi se pensiamo alla complessità di ogni vita umana che non è obbligata a seguire copioni comprensibili.
Sì perché, ci suggerisce l’autrice, la solitudine è forse uno di quegli spazi che tutti viviamo, di cui spesso ci vergogniamo, che non possiamo evitare e che spesso non riusciamo nemmeno a capire.

Aristotele e il bivio: benedizione o maledizione?

Riprendiamo la citazione fatta sopra della “bestia selvaggia”, di cui Daria parla nel passo citato.
È una chiave che sembra darci lei stessa , riprendendo Aristotele, il quale sosteneva che “chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o è un dio”.
Solo leggendo tenteremo di capire che risposta dia l’autrice, mentre ad ognuno di noi viene chiesto se riusciamo a essere felici nei nostri spazi di solitudine come una sorta di dei, oppure dobbiamo difendercene quasi fosse una bestia selvaggia che può straziarci.
La solitudine quindi come benedizione cercata o come maledizione subita? Oppure entrambe le cose, che ognuno di noi può sperimentare a tratti nella sua vita, a seconda dei tempi e delle circostanze vissute?

Un antidoto possibile: riconoscersi e soccorrersi

Certamente si esce da questo libro con una sola risposta esauriente, tra tante domande che si sono aperte, mentre si segue Daria nei suoi percorsi lucidi e mai sdolcinati.
Se c’è un antidoto alla solitudine, intendendo quella che fa male, è comprendere che ogni uomo e forse anche ogni animale a suo modo la avverte, la subisce, può uscirne maturato o compromesso…
Eppure non possiamo perdere la speranza di venirci incontro tra creature, che si soccorrono là dove la solitudine si fa più estrema e diventa esclusione e marginalità, là dove il diritto “benestante” di poter stare anche un po’ soli diventa condanna di disagio per non essere amati e voluti da nessuno.
Perché solo se la solitudine ci farà sperimentare una vera comunione tra esseri umani “teneri e perdenti”, potremo imparare come viverla con dignità, oasi talvolta necessaria in spazi accresciuti di condivisione.

Chiara Gatti Counsellor
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