Un saggio personale, schietto e quotidiano
In “Nostra solitudine”, uscito nell’ottobre 2025 edito da Mondadori, l’autrice Daria Bignardi usa una prosa schietta e limpida, direi lineare, creando un saggio particolare proprio a partire da se stessa e dalla propria esperienza quotidiana.
Nell’affrontare questo tema difficile, quanto attuale, si rifà ai suoi viaggi, alle sue letture, al rapporto coi social come pure alla relazione con gli animali che ama o incontra, fino a citare esperienze piuttosto ordinarie, quali episodi di vita a Milano o addirittura pensieri tratti dalle sedute col suo psicoterapeuta.
I libri amati: solitudine, sofferenza e libertà
Intraprende anche un dialogo immaginario con i suoi libri amati come “L’amante” di Marguerite Duras, “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, la “Triste tigre” di Neige Sinno, , “Il taccuino d’oro” di Doris Lessing e “Io sono lei” di Lucy Sante.
E qui idealmente trova riferimenti non solo sul tema della solitudine, ma anche su quello più ampio della sofferenza e della possibilità di attraversarla senza soccombere, rimanendo creature libere.
Traumi, maternità e condizione femminile
Ancora l’autrice riflette sui suoi traumi personali (ereditati dalla madre quando era ancora dentro di lei?), come pure sulla condizione femminile in senso ampio, sul valore della maternità che però lega la donna al mito mai sfatato di dover essere sempre e comunque l’angelo del focolare. E in questo modo il tema della solitudine per lei accomuna tutto il genere femminile, proprio per quel suo essere tale, perché afferma, con una riflessione un po’ amara: «Le donne, le persone omosessuali o trans e le persone detenute, che condividono una condizione atavicamente svantaggiata e oppressa, sono quelle che conoscono meglio la solitudine».
I viaggi e la solitudine degli ultimi
Ugualmente fa parlare i suoi viaggi, in alcune delle parti più scomode del mondo: il libro si apre con il viaggio in Vietnam assieme al figlio Federico, poi in Cisgiordania dove conosce i prigionieri palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane nello scambio di ostaggi. E poi da Hebron passa a Gerusalemme, proprio poco prima della morte di Papa Francesco; e infine in Uganda, dove conoscendo un’associazione che si occupa della salute dei bambini, assiste perfino ad un intervento a cuore aperto.
Così Daria, in questi viaggi, incontra la solitudine degli ultimi del mondo, di coloro che non hanno voce perché fanno parte di quella “cultura dello scarto”, così chiaramente definita da Papa Francesco.
