Alda Merini: tra abbandono, solitudine e poesia
Una vita segnata dal dolore
Com’è noto la vita di Alda Merini , la cosiddetta “poetessa dei Navigli”, ampiamente candidata al Premio Nobel per la Letteratura e vincitrice del Premio Montale, è stata profondamente tormentata e ha conosciuto un intero decennio di ricoveri ospedalieri in manicomio dopo la nascita delle sue quattro figlie. Parliamo di una donna straordinaria , che ha sperimentato durante la sua vita svariate forme di sofferenza e di abbandono, vissuto forse come la più terribile forma di incomprensione e frattura relazionale.
L’esperienza dell’abbandono
L’abbandono in manicomio, l’abbandono del marito tanto amato, Ettore Carniti, che nei periodi dei suoi ricoveri rallentava sempre più le visite, dimenticandola quasi e poi lasciandola definitivamente.
Anche il distacco forzate dalle figlie, dal quotidiano, dalla casa, dagli amici, e dalle tante figure a cui si affezionava, senza poter essere ricambiata come si sarebbe aspettata.
Forse un abbandono profondo anche da parte di chi la curava, e le somministrava cure disumane e generiche come l’elettroshock, triste pratica psichiatrica comune a quei tempi.
E poi, anche dopo il manicomio, nel rientro a casa, lo sperimentare il rifiuto da tanta parte di una società conformista, che la relegò in angusti spazi di emarginazione perché spesso non capiva la sua eccezionale sensibilità di donna e di poetessa, quel suo stile eccentrico che aveva invece tanto da dire.
Il silenzio di Dio e la voce della poesia
Infine, in molti momenti, anche un abbandono, da lei percepito, come silenzio di Dio, che emerge in alcune sue poesie scritte nei momenti di grande sconforto. In una sua poesia, proprio con questo titolo (“L’abbandono”) scrive Alda:
“L’abbandono / è un grido che non ha suono, / un letto disfatto che non sa più di pelle, /un bicchiere pieno lasciato a metà. / L’abbandono / è la mano che non trova la sua ombra, / è l’uscio che si chiude piano, / è un addio senza voce. / Ma dal fondo del dolore / nasce un canto segreto: / la poesia, che non tradisce.”
Il testo qui si avvale di immagini concrete come un letto, un bicchiere, un uscio e di immagini astratte, come un grido, una mano senza ombra … In tutti gli ossimori, le contraddizioni presentate, dalle immagini emerge il senso dell’interruzione, dell’incompletezza dolorosa: perché il bicchiere è a metà, il letto non porta più tracce del corpo (“pelle”) che vi ha dormito sopra, la porta non fa rumore necessario nel chiudersi. E anche un addio non riesce ad avere parole appaganti, come pure la mano non ha più nemmeno la capacità di stagliare la propria ombra che le restituisce presenza. Sembra dirci, la poetessa, che quando si viene abbandonati, si viene interrotti senza pietà, senza poter generare più nulla, se non la propria solitudine.
Eppure, è proprio quel nuovo stato che fa nascere un “canto segreto”, che è la poesia, per lei la forma più alta della consolazione.
Solitudine come amica
In altri versi infatti Alda scriveva: “Più mi lasciano sola, più splendo”, cioè più riesco a scrivere versi, a esprimere cioè il dono più grande di me stessa. La solitudine è infatti vista da Alda come una vecchia amica, a volte trascurata per nuovi amori, ma infine sempre ritrovata: “S’anche ti lascerò per breve tempo, /solitudine mia, / se mi trascina l’amore, / tornerò, / stanne pur certa; / i sentimenti cedono, / tu resti.”
Particolare qui, in questo testo, che la solitudine sia un’esperienza dell’anima capace di resistere ben oltre il mutare dei sentimenti, e forse per questo è l’amica di sempre su cui si può contare.
Un’amicizia amara, potremmo pensare? Dipende… forse dobbiamo noi cambiare occhi, e cominciare a familiarizzare con uno dei peggiori mali apparenti del nostro tempo: lo star soli.
A volte, se compresa bene, la solitudine, subita o cercata, può non essere una condanna, ma una risorsa di vita, una pausa di comprensione delle esperienze fatte, un luogo intimo dove diventare i “migliori amici” o i “primi genitori” di noi stessi. Imparare anche a prenderci cura di noi stessi in modo autonomo, ma sempre umile e aperto all’altro quando serve, può divenire la grande lezione che apprendiamo proprio dalla sofferenza spaventosa di questa grande maestra dello spirito che è la Merini.
Una lezione di vita
Ancora in “Clinica dell’abbandono” (una delle sue raccolte più toccanti) scriverà dei versi che sembrano una vera chiave di comprensione: “Ogni poeta / laverà nella notte / il suo pensiero / ne farà tante lettere / imprecise / che spedirà all’amato /senza un nome.”
Certo non tutti siamo poeti, ma c’è un modo di fare poesia anche in prosa, tentando di “scrivere” qualcosa di bello con la propria vita, e questo viene chiesto ad ognuno di noi nell’unico e particolare.
Per questo serve il tempo della notte, quel tempo sospeso dove tutti siamo soli, dove poter pensare alle “lettere imprecise”, cioè fragili come la nostra umanità comune, da spedire ai tanti “amati” che ciascuno di noi ha. Usciamo dalla metafora poetica: c’è un fuoco d’amore, di lotta, di impegno e costruzione che in tanti ambiti viene chiesto a tutti noi per coltivare ciò che amiamo e in cui crediamo, relazioni interpersonali o progetti di vita che siano.
Senza la solitudine della notte, cioè senza gli spazi in cui da soli riusciamo ad ascoltarci e ad “ascoltare”, non riusciremo mai a realizzare quanto ci viene messo nelle mani…
E ricordiamo che sono “lettere d’amore” anonime, per preservarci ancora meglio!
