Chi non è mai caduto vittima dei propri pensieri, del loro insistente ripresentarsi magari nel silenzio della notte quando non si riesce a dormire, oppure in una sala d’attesa quando si è sempre più impazienti, o quando ci si vorrebbe invece rilassare un po’ sul proprio divano?
Sembra, infatti, che questo fenomeno del ruminare mentale, del rimuginare senza freno e spesso senza grandi possibilità di stop autonomo, prenda oggi sempre più piede con un nome dal suono anglofono dolce e delicato, ma dal significato piuttosto inquietante: “overthinking”!
Che cos’è l’Overthinking?
Se guardiamo le ricerche sul web di questo termine negli ultimi anni, vediamo un andamento di crescita esponenziale, spesso legato ad altre parole quali “anxiety help”, “ansia”, “depressione” e, in positivo, “benessere personale”.
Sembra proprio quindi che i pensieri incontrollati, ingombranti e ripetitivi siano ospiti molto presenti per gli uomini e le donne di oggi, così come per gran parte della popolazione adolescenziale.
Pur riconoscendo questa modalità di pensiero come disfunzionale, non l’affronteremo qui dal punto di vista di un sintomo in senso clinico, che lo riconduce ad alcune patologie psichiatriche anche gravi, come il disturbo ossessivo-compulsivo (D0C), la depressione maggiore, il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e alcuni distubi di personalità, i quali rispettivamente prevederanno percorsi di psicoterapia e, su valutazione, veri e propri trattamenti farmacologici specifici.
Se piuttosto prendiamo l’overthinking come fenomeno del pensiero che si rifugia in se stesso e si distacca progressivamente dai propri processi sensoriali ed emotivi, vediamo come questo rinchiuda la persona in una bolla che spesso genera ansia diffusa.
La preoccupazione si rivolge a fatti o cose che sono già accadute, devono ancora accadere o che non hanno soluzione immediata, con frequente blocco emotivo conseguente.
Campanelli d’allarme per riconoscerlo
Chi ne soffre si trova a non distinguere più i propri vissuti emotivi, a non riuscire più a vedere le cose se non dal proprio unico punto di vista negativo, col risultato di non riuscire spesso a vivere nella propria quotidianità in pienezza. Insomma si ritrova stanchissimo mentalmente, e a volte fisicamente, incapace di prendere decisioni serene sui propri vissuti, bloccato in paure spesso immotivate e genericamente scontento della propria vita.
Chi si trova in questo stato spesso dice di non stare bene, ma non riesce a dirne il perché e sempre più di frequente evita spazi di relazione con gli altri, per non essere ulteriormente sollecitato, dal momento che avverte nella propria testa già un sovraffollamento di pensieri e di presenze ingombranti con cui spesso intraprende un estenuante dialogo immaginario, includendo tra quelle persone prima di tutto se stesso (quello che con termine tecnico chiameremmo “dialogo intrapsichico”).
Come uscire dall’Overthinking?
Come poterne uscire dunque, quando questo non è ancora un vero e proprio sintomo psichiatrico, ma soltanto un’attitudine che procura ansia e stress, facendo perdere quel senso di spontaneità e bellezza nel proprio approccio alla vita reale?
Senza dubbio farsi accompagnare da un counsellor, come figura professionale che si occupa del benessere psico-fisico, può essere una grande risorsa. Importante in questi casi è essere aiutati a ricentrare l’ attenzione sul proprio corpo, sulle sensazioni avvertite, sulle emozioni provate a cui si deve dare un nome distinto e molte volte un “luogo” consapevole di percezione nel proprio corpo.
Esempi possibili: riconoscere la propria tristezza e sentirla come qualcosa che stringe la gola e preme sul petto, oppure la propria rabbia come un fumo che invade la testa.
La gioia, ad esempio, come qualcosa che scorre nelle vene velocemente e farebbe venir voglia di muovere le gambe….Ovviamente sono tutti esempi soggettivi, che nascono però dalla possibilità di concentrarsi profondamente sulla propria fisicità, ascoltandone la verità e le parole profonde che ne emergono e che possono emergere come capaci di ridare vitalità alla persona, al contrario del pensiero logorroico che appare come sfibrato e capace di togliere energie e risorse relazionali.
Occorre, dunque, ricominciare a immergersi nella realtà concreta, nell’ambiente naturale che abbiamo vicino o più lontano, nelle piccole occupazioni forse insignificanti ma tanto salvifiche, calandosi in un qui-e-ora che permetta di esserci tutti in ogni esperienza che si vive, perché ogni cosa che facciamo è sempre significativa per il nostro corpo e per il nostro essere nella sua completezza.
Sapendo che anche narrarci a voce alta di fronte a qualcuno per noi significativo, può aiutarci ad uscire da un isolamento mentale che invece spesso ci perde.
Narrarsi vuole dire infatti raccontare i nostri pensieri, ma anche selezionarli e ridurli, per dar loro un tempo ed uno spazio che abbiano confini: quelli che liberamente sceglieremo noi!
