Workaholism: quando il lavoro diventa tutto quello che si è….

21 Luglio 2025by Chiara Gatti
La storia di Fabio: una vita piena… ma a che prezzo?

Oggi vi racconterò una storia: Fabio (nome di fantasia) ha 40 anni, vive e lavora in una grande città per una società di consulenza e da tempo è considerato un punto di riferimento nel suo team.
Ha una moglie e due figli, ancora piccoli. Fabio lavora molto, anche la sera e anche, delle volte, nel weekend. Gli sembra che il giorno dopo sia sempre domenica.
Anche oggi, sua moglie è riuscita ad organizzare una gita al lago, che dista solo due ore da casa loro. Fabio accetta di andare, ma la notte prima non riesce a dormire, è angosciato.
I pensieri, nel buio della stanza, gli impediscono di prendere sonno e non li riesce a controllare: “in quel posto maledetto, domani so che c’è poco segnale, e se ricevo una mail di lavoro non la posso leggere, magari è urgente… E poi la prossima settimana sarò pieno di riunioni, cavolo, domani perdo tutta la giornata, magari nel rientro incontriamo pure del traffico, e poi chi se ne frega di stare tutto il giorno a parlare con i soliti amici? Dicono sempre le stesse cose.
Invece al lavoro so di essere qualcuno, il mio capo almeno mi apprezza anche se, assieme ai complimenti, mi aggiunge sempre un cliente e un progetto nuovo… Mi stimo però quando mi dice che si fida solo di me per quell’azienda che è un po’ in crisi, però, mamma mia, quanto lavoro. Basterebbe solo che mia moglie non ne trovasse sempre una per impegnarmi il weekend, già io lavoro tutta la settimana, se la domenica mi costringe anche a uscire e ad avere altri impegni… Così non ce la faccio, anche alla sera vuol sempre parlare… e i bambini con quelle favole da leggere, ormai le sapranno davvero a memoria, non capisco cosa ci trovino ancora. Mi stupisco che non comincino a diventare un po’ più maturi, lo sanno che lavoro tanto e sono nervoso alla sera, anche perché se devo mantenere una famiglia… Comunque tutto quello che chiedono glielo diamo subito, grazie al mio lavoro… Da dove vengono i soldi? Da me, che sono diventato così bravo e stimato, certo che tutto ha un prezzo e se devo mantenere certi ritmi, mi devono anche lasciare un po’ stare… ! E domani , il lago! A me non piace neanche il clima del lago, mi fa venire una depressione… Almeno i bambini saranno felici, mah? Forse stavano bene anche a casa a giocare con i loro giochi… La prossima volta lo dirò a mia moglie che io non ci vado, non può sempre trascinarmi in queste avventure controvoglia…. “.
Nel silenzio della notte Fabio non dorme, pensa in questo modo, ma chissà se anche sua moglie nello stesso letto girata dall’altra parte dormirà davvero o farà finta di dormire? Sì perché, penso, vivere con un uomo come Fabio può diventare a volte molto molto difficile.

Quando il lavoro diventa una dipendenza: il workaholism

Di cosa soffre Fabio? C’è un nome per il suo continuo desiderio di rimanere attaccato al mondo del lavoro, dove si sente stimato e apprezzato, anche se indubbiamente sovraccarico? È il fenomeno, oggi molto diffuso, del workhaolism, che potremmo tradurre più o meno come “dipendenza patologica da lavoro”, e come tutte le forme di addiction o dipendenza non si può affrontare con una superficiale cura del sintomo, ma cercando di capire cosa ha perso chi si perde in questi meandri professionali, che gli impediscono di godere con soddisfazione e pienezza di tutti gli altri ambiti della propria vita.

Il labirinto dell’identità costruita sul ruolo professionale

Sì, l’immagine del labirinto credo che in questo caso sia proprio azzeccata, immaginando come la persona si trovi immersa sempre di più in impegni, discorsi, obiettivi del proprio lavoro, non riuscendo mai a staccarsene, anche quando questo sarebbe possibile, portandosi a casa il lavoro in senso figurato e no, parlando sempre di quello come vanto o come vittimismo (“guarda quanto devo lavorare io?).
In ogni caso sentendosi vivo proprio grazie a quella nuova identità, quella funzione della propria persona (che la Gestalt Therapy chiama Funzione-Personalità) che si restringe solo a chi è e a che ruolo ricopre.
La persona però in questo caso viene a perdere l’integrità del suo sé, di quello che sente (Funzione_Es) e di quello che decide e sceglie per la sua vita (Funzione_Io), sempre secondo la Teoria del Sé come la descrive la Psicoterapia della Gestalt.

Autostima e riconoscimento esterno: una trappola sottile

Ora, qual è la grande buccia di banana su cui si scivola per rimanere imprigionati nel labirito immaginario di cui si parlava prima?
Certamente, tra varie opzioni, c’è una possibile mancanza di autostima, quel non sentirsi nessuno se non si viene riconosciuti e giudicati dagli altri come qualcuno capace, che riveste un ruolo istituzionale o professionale che dia spessore e sostanza ad una propria identità, la quale diversamente si sente sottile e quasi invisibile.

Come aiutare chi soffre di dipendenza da lavoro?

Come aiutare dunque questi soggetti a riposizionare bene gli spazi nella propria vita, a riprendersi parti di sé e soprattutto di relazioni dimenticate, ma vitali? Come si fa ad aiutarli a ritrovare la propria integrità, per usare una bella immagine, a sentirsi se stessi in pantaloncini come pure in un vestito gessato elegante? Escludendo, anche in questo caso, l’evenienza che il fenomeno del workhaolism si leghi ad una patologia psichiatrica vera e propria, come nel caso di una personalità ossessivo-compulsiva o narcisistica (che richiede un particolare trattamento di psicoterapia o intervento farmacologico adatto) , nella maggior parte dei casi si può accompagnare queste persone attraverso un cammino di profondo e rinnovato ascolto del proprio corpo e del proprio carico emotivo.

La forza delle piccole cose e della presenza affettiva

Le emozioni che la persona con questo problema vivrà saranno facilmente confuse o represse, causando anche una notevole desensibilizzazione delle proprie sintomatologie che comunque si faranno vive sempre nell’ambito delle manifestazioni di ansia, panico, irritabilità e varie sintomi psicosomatici.
Sarà dunque importante, per uscire dal famoso labirinto, farsi aiutare a tenere il bandolo del filo ritornando, dicevo, in contatto con tutto di sé: sensazioni, emozioni, stati d’animo… ritrovando anche il senso del proprio vivere in tante attese e gusti abbandonati, o cercando di lavorare su situazioni di disagio esistenziale (dovuto anche a fattori concomitanti), dal quale la persona scappa “drogandosi” di lavoro e di fatica.
Sarà bene dunque ripartire, anche questa volta, dalle piccole cose quotidiane fatte al meglio in ogni campo della propria vita, mai considerandole scontate e inutili, rivalutando la compagnia degli altri e delle figure significative affettive, che stanno accanto, senza sempre un motivo speciale.
Esserci, insomma, perché ci si è e ci si vuole essere… Anche se all’inizio può costare un po’ di fatica!

Chiara Gatti Counsellor
Ascolto, sostegno e orientamento per il benessere emotivo e relazionale.
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