Perfect Days

24 Luglio 2025by Chiara Gatti0

Definito forse il miglior film del regista Wim Wenders, uscito nel 2023, “Perfect Days”, ambientato a Tokio, ci mostra l’umile routine quotidiana di Hirayama, un sessantenne che ogni mattina presto col suo camioncino attrezzato fa il giro a pulire le toilette pubbliche di Tokyo.
Con una estrema cura e meticolosità ogni giorno egli non altera mai la sequenza dei gesti compiuti, che vanno dal risveglio alla scrupolosa igiene personale, alla cura delle sue piantine in balcone, al caffè preso in lattina da una macchinetta sotto casa in un quartiere molto povero della città.

La routine mai noiosa

Il turno di lavoro, che prevede uno spostamento sul suo furgoncino, prevede poi la particolareggiata cura nel pulire vari bagni publici super moderni in diversi parchi della città, fino alla sera dove rientra a casa, mangia frugalmente e si stende sul suo tatami leggendo un libro (che scopriamo essere “Le palme selvagge” di William Faulkner).
Spegne la luce e nel dormiveglia o nel sogno spesso rivive in bianco e nero una sovrapposizione di ombre in cui rivede qualche flash della giornata appena passata.
Hirayama vive solo, parla pochissimo, vive di pochissimo… unici suoi svaghi: la splendida musica anni Settanta che ascolta in camioncino nei trasferimenti grazie alla sua preziosa collezione di audiocassette, oppure un passaggio ai bagni termali dove fa bagno e idromassaggio insieme ad altri.
Solo nel weekend si concede una serata in un ristorante dove gli viene sempre offerto lo stesso drink e la proprietaria del locale della sua stessa età gli fa chiaramente capire un interesse discreto che lui sembra ignorare.

La serenità di una vita ordinata

Questa routine, fatta di poco, ci porta a pensare come una vita ordinata possa regalare una sua serenità, se osserviamo il perenne sorriso del protagonista che in ogni cosa e in ogni relazione sembra cogliere l’aspetto migliore, immergendosi in ogni più piccolo gesto come se fosse unico ed importante.
Soprattutto emerge la sua capacità (lo vediamo da cosa fa in pausa pranzo) di sedersi su una panchina nel parco e fotografare con la sua macchinetta fotografica analogica le foglie degli alberi in alto e il gioco di luci e ombre che producono i raggi del sole, filtrando attraverso le chiome.

Komorebi

Questa pratica in Giappone si chiama “komorebi”, ed indica proprio la contemplazione di quel luccichio che compare una volta sola per non ripetersi più.
Hirayama sembra averlo scoperto e per questo lo immortala, e ogni domenica fa stampare queste continue foto che ritraggono luci e ombre sovrapposte di foglie e raggi… e le conserva in tante scatole di latta.
A questo punto però una domanda sorge spontanea per noi occidentali: è un uomo veramente saggio oppure un ossessivo-compulsivo che appena esce dalle sue ombre riprodotte e dalle ripetitività quotidiane può saltare da un momento all’altro?
Il film si svolge serenamente, non ha fretta di svelarci la risposta e anzi direi che ci aiuta ad arrivarci da soli.
La risposta infatti ci viene offerta come sempre dalla relazione umana, dalla capacità che Hirayama mostra di fronte alla contraddizione, e allo sconvolgimento anche minimo delle sue abitudini, che è poi l’imprevedibile della vita stessa, dal suo non saltare per aria, ma rimanere saldo, capace di autenticità e di empatia straordinaria.
Lo dimostrerà quando arriverà di sorpresa a casa sua la nipotina, Niko, adolescente scappata dai suoi genitori e che per qualche giorno egli ospiterà: lei lo seguirà affascinata nei ritmi della sua giornata e della sua capacità di silenzio e di contemplazione.

Le origini familiari

Niko è la figlia della sorella di Hirayama, che avvisata da lui, torna a riprendersela in limousine con autista sotto casa: scopriamo lì chi è Hirayama, le sue ricche origini di famiglia, il mondo da cui proviene e come per conflitti col padre abbia tagliato con famiglia e ricchezza, per ritirarsi in un’umiltà di valori, dentro la Tokio dei poveri e non dei ricchi, che però gli ha ridato serenità.
La nipote questo lo ha capito perfettamente e lo capisce anche la sorella, che lui sa abbracciare con un’intensità straordinaria prima che riparta con la figlia in macchina.

Mono No Ware

Emerge qui un altro motto della cultura giapponese che viene chiamato “mono no aware” (cioè il partecipare emotivamente agli eventi), che si lega allo sguardo capace di cogliere la bellezza fugace delle cose che capitano e delle relazioni che si vivono, concetto molto vicino al komorebi.
Altro grande incontro è quello con l’ex- marito della proprietaria del ristorante, la donna che scopriamo interessare profondamente anche a lui. In un colloquio notturno struggente e poeticissimo a ridosso di una balaustra sull’acqua, scopre perché l’uomo fosse andato a salutare l’ex moglie un’ultima volta e, a partire da una sua rivelazione disperata, è Hirayama stesso a ridargli serenità, quasi giocando con lui a inseguire le ombre proiettate dalle loro sagome sotto i lampioni.
A questo punto, personalmente, la vera domanda che il film mi sembra aprire diventa un’altra: ma che nella vita, qualunque vita decidiamo di vivere, il problema per tutti non sia sempre e solo quello di imparare a giocare con le ombre?
Che le sovrapposizioni di luce non siano altro che la vera materia per vivere ogni giorno come un “Perfect Day”, titolo della splendida canzone di Lou Reed che tanto spesso Hirayama ascolta?

Trama

Hirayama è un sessantenne giapponese che lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo.
La sua esistenza è scandita da una routine meticolosa e apparentemente semplice: si sveglia all’alba, cura le sue piante, prende un caffè dal distributore automatico davanti a casa sua e si dirige verso i suoi molteplici luoghi di lavoro.

Con dedizione e cura infatti, pulisce i bagni pubblici dislocati nelle varie zone della città.
Durante la pausa pranzo, si siede in un parco, legge libri tascabili usati e fotografa le fronde degli alberi con una vecchia macchina fotografica analogica.
La sera, cena in un piccolo locale, visita una libreria di seconda mano e torna nel suo modesto appartamento, dove ascolta musica su audiocassette prima di dormire.
Hirayama trova la bellezza nelle piccole cose: la luce che filtra tra gli alberi, la musica che ascolta, i libri che legge.
La sua vita è piena di momenti di quieta contemplazione e apprezzamento per il mondo che lo circonda.
Nel ripetersi del quotidiano, Hirayama ha una serie di incontri inaspettati che rivelano gradualmente qualcosa in più del suo passato e della sua interiorità.
Dalla visita di sua nipote, all’arrivo della sorella che non vede da tempo. Dal collega Takashi che si licenzia, ad un avventore dei bagni pubblici che nasconde dei bigliettini per farglieli trovare.
Attraverso tutti questi piccoli momenti, che fungono da stratagemma per ampliare l’universo narrativo in cui si muove Hirayama, il film lascia allo spettatore il compito di ricostruire il suo passato, lasciando aperte molte porte all’interpretazione.

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Chiara Gatti Counsellor
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