A come Adulti, A come Adolescence

22 Aprile 2025by Chiara Gatti0

Apparsa su Netflix appena due mesi fa, a marzo, questa breve serie di solo quattro puntate sembra aver avuto un’audience straordinaria, mentre è stata per molti versi un vero e proprio pungno allo stomaco per la sua durezza.
Ed è proprio sugli adulti, o meglio su questi genitori narrati, che tentiamo di fare alcune riflessioni.
La vicenda consiste in questo: il tredicenne Jamie Miller viene arrestato all’alba, perché accusato di aver ucciso a coltellate una compagna, Katie, come si vede da un video in possesso della polizia e diventato prova schiacciante a suo carico.
Dopo perquisizioni e interrogatori vari, il ragazzo viene assegnato ad una struttura psichiatrica minorile, mentre la polizia continua ad indagare anche nella scuola dei suoi compangi. Nei mesi successivi la famiglia composta da padre, madre e sorella maggiore, è sempre più isolata ed additata da vicini ed amici. Finchè il dramma del dolore per l’accaduto, e la possibilità di parlarne in casa, si palesa sempre più nel giorno del cinquantesimo compleanno di Eddie, il padre.
Come sono a guardarli bene gli adulti che incontriamo qui?
Concentriamoci sulla coppia genitoriale: Eddie e Manda, interpretati da due attori a mio avviso eccezionalmente bravi nel rendere, sia col verbale che col non verbale, la loro profonda angoscia ed incomprensione di fronte all’immensa gravità del fatto compiuto da loro figlio. Un figlio che credevano di conoscere, sempre bravo, chiuso nella sua cameretta al sicuro, in apparenza tranquillo, mentre invece era vittima di una forma di cyberbullismo perché considerato quel che nel gergo giovanile è un “incel”, cioè un celibe involontario. Disprezzato dal genere femminile, vittima di una cultura di odio entro la cosiddetta “manosfera”, cioè una rete online solo maschile antifemminista e sessita. I suoi genitori li incontriamo insieme con l’altra figlia nella prima puntata, quando la polizia irrompe in casa loro per arrestare Jamie senza preavviso, e loro in pigiama e attoniti seguono il figlio alla centrale di polizia. Essendo un minore, viene scelto come tutore il padre, che dovrà assistere a perquisizioni e interrogatori, vedendo così anche il video schiacciante della colpevolezza.
Proprio questo video sarà motivo di frequenti richieste della moglie: “Io non ero lì a vedere quel filmato, tu hai visto quel filmato, io no…”. Così comincia un rimpallo di scambi e battute, snodate lungo il corso di almeno tre puntate, dove anche i corpi dei genitori e della figlia grande parlano, spesso si toccano per darsi reciproco sostegno con una mano sulla spalla, si intrecciano in abbracci, mentre le teste si appoggiano a petto e spalle dell’altro… I visi ad esempio si contraggono, in smorfie di Manda, quando assiste al fare nevrotico del marito sempre più provato dal clima di astio che circonda la famiglia vista ormai tutta colpevole, mentre il volto e i gesti di Eddie sono tutto un tic quasi esteso, un ricorrente tirar su dal naso e arricciarlo, un deglutire come a mandar giù un rospo impossibile o a frenare lacrime che comunque arrivano di tanto in tanto anche in scoppi violenti. I dialoghi poi sono tutto un rincorrersi, in frasi brevi e scarne, dove si cerca ancora di mangiare cose buone, cantare, ricordare un passato da ragazzi, invitarsi a fare l’amore e sedursi a vicenda, ma tutto è fermo, congelato e bruciante insieme. Pure il disarmante tentativo soprattutto nella quarta puntata di ricreare un clima bello per il compleanno del padre, di esprimere desideri di fare cose gioiose rivela che l’unica vitalità che emerge è una rabbia sorda, mal repressa, che di tanto in tanto esplode anche in accuse reciproche, che a tratti diventano invece coinvolgimenti positivi, voglia di rivalutare il partner e sostenerlo.
E così nel lungo e devastante dialogo tra i due, seduti ai piedi del proprio letto in camera, le domande retoriche si accavallano, tutte in attesa di una conferma dell’altro per alleviare un senso di colpa insopportabile: “Non siamo noi i colpevoli…?! Non possiamo pensare questo, ricordi cosa ha detto lei? Non è nostra la colpa!”. Quel “lei” è la psicologa che immaginiamo li stia seguendo in un percorso di risalita, e che ritorna nelle parole ricordate come invito alla narrazione reciproca delle loro emozioni per abbassare la tensione della colpa. Ma le parole materne di risposta sono come lame: “Ma lo abbiamo messo noi al mondo, dico bene? …A volte penso che lo avremmo dovuto fermare, accorgercene e fermare.” E poi i ricordi strazianti di Jamie da piccolo, raccontati col viso spento e gli occhi persi nel vuoto: non era bravo a giocare a calcio e quando sbagliava non lo guardavo per l’imbarazzo, si sporcava col gelato il suo bel faccino, gli piaceva disegnare i mostri da piccolo sul tavolo della cucina, era bravissimo a disegnare i mostri… E senza dirselo: cosa importa ormai, dato che il mostro è diventato lui? E ormai il dialogo distinto diventa un flusso comune di parole scambiate a tal punto da essere quasi ininfluente chi le pronuncia… una coppia che diviene per pochi istanti un “noi” fusionale per affrontare un pericolo straordinario, un’angoscia scardinante. Ma poi si disgiunge, ritorna “un io ed un tu” che è fatto di due ben chiare personalità.
Una serie difficile da guardare, un pugno allo stomaco, con adulti confusi, che hanno perso le certezze che avevano, che soffrono per l’affetto di un figlio ma anche per i loro valori violati da quella violenza che vedono agita loro malgrado, ma una coppia che rimane insieme, che è cogenitoriale, che non si spacca anche se sta malissimo, perché malissimo stanno i suoi componenti. Per dirla con lo psicologo e psicoterapeuta Giovanni Salonia: “se l’essere-genitori fa riferimento alla maternità/paternità di questo figlio, l’essere cogenitore riguarda l’essere-genitori-di-questo-figlio-con-questo genitore”, e qui ci pare proprio che questi due genitori, che pur sentono il fallimento, guardino al loro figlio insieme, e insieme si consultino e cerchino di capire. Una coppia che rimane fatta di una padre e una madre che sanno di avere due figli, uno lontano arrestato e una iper presente in casa, troppo adulta e saggia nella sua disperata partecipazione. E sopra tutto una frase finale del padre alla moglie, su quella figlia matura: “Ma come facciamo ad avere una figlia così?”. E la risposta lapidaria di Manda: “Così come abbiamo Jamie”, un figlio che non si abbandona, anche se non si capisce più niente di lui, un figlio che ha ancora due genitori e una sorella più grande! Non sappiamo se ci sarà una seconda stagione di “Adolescence”, alcuni dicono di sì. Non sappiamo se Eddie e Manda, distrutti dal dolore, si separeranno nel futuro narrato. Per ora queste quattro puntate ci urlano che qualcosa ancora resiste, ed è una coppia di genitori che si parla, si confronta, forse si tortura… ma lo fa insieme e non vuole che niente la separi, perché continua sempre Giovanni Salonia, “la qualità dell’essere-genitori-con determina la qualità della funzione essere-genitori-di”.
Insieme sono i genitori-di-Jamie.

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