Se essere autoironici, per noi adulti, è un’arte splendida ma difficile da imparare, sembra che sia ancora più difficile nell’età della preadolescenza e dell’adolescenza stessa.
In queste fasi infatti, i ragazzi, com’è noto, lavorano alla costruzione della propria identità e devono rispondere alla complessa domanda “Chi sono?”, esplorando valori, idee, relazioni e ruoli che ritrovano come nuovi o irriconoscibili.
È insomma quel tempo in cui molte certezze dell’infanzia possono e devono essere messe in discussione, e certamente questo mette in profonda discussione anche i genitori e gli educatori stessi che spesso non sono pronti a questo tsunami che si trovano di fronte.
È il momento in cui ci si stacca gradualmente, con maggior o minor forza a seconda dei casi, dai modelli familiari per aderire maggiormente al gruppo dei pari, che diventa nuovo luogo di identificazione e di crescita.
Tutto questo può portare però anche molta confusione, ribellione ed incertezza, sia nell’adolescente che nel genitore stesso.
Il grande psicoanalista tedesco-americano Erik Erikson, nella sua teoria dello sviluppo scandita in 8 fasi nell’arco di tutta la vita quando parla dello stadio dell’adolescenza, cita il dramma di Arthur Miller “Morte di un commesso viaggiatore”, dove il giovane Biff dice alla madre: “Proprio non ce la faccio, madre, non ce la faccio con alcun genere di vita”…. Estremizzando, in questa frase è proprio nascosto il dramma e la “bella” fatica di ogni adolescente: che genere di vita vivere, se non si sa ancora chi si è diventati in questa nuova fase?
In tutto questo, è facile per loro drammatizzare relativamente al proprio carattere, al proprio aspetto fisico, alle loro relazioni e rapporti quotidiani non sempre semplici; per questo ci chiediamo se occorre aiutare anche loro ad apprendere la difficile arte dell’autoironia.
Ma prima occorre chiedersi se i ragazzi ne siano capaci.
Gli studi di psicologia dell’età evolutiva e anche quelli più aggiornati nell’ambito delle neuroscienze ci dicono che è molto difficile che un ragazzo o una ragazza in questa età possano imparare a prendersi in giro serenamente, per riuscire a stare meglio con se stessi e con gli altri.
Troppo immersi ancora a capire chi sono, cosa vogliono, dove e con chi vogliono andare.
Per essere autoironici, lo sappiamo per esperienza come adulti, occorre il fatto che ci siamo visti con onestà, ci siamo conosciuti a fondo e abbiamo abbracciato consapevolmente la nostra immagine.
Quindi, solo a quel punto, saremo riusciti a fare un passo indietro rispetto a quello che fatichiamo ad accettare maggiormente di noi stessi. Questo un adolescente non riuscirà mai a farlo da solo!
Allora? Dobbiamo forse rinunciare a mostrare loro quanto possa essere bello e liberante fare una battuta su noi stessi, quando qualcosa di noi non ci piace?
Personalmente ritengo ci siano due soluzioni principali, per prima cosa essendo testimoni autentici di una modalità che ogni giorno va riscoperta e conquistata. E qui sfruttiamo un dato pedagogico essenziale: l’adolescente apprende ancora per imitazione, imitazione di un comportamento che trova giusto, aderendo ad una modalità che ritiene credibile, anche se non gli viene spontanea.
La seconda, penso, sia quella di mettersi al fianco, aspettando i modi e tempi che decide lui o lei, non noi, per suggerire velatamente che esistono dei dati di realtà (ad esempio dei parametri di misurazione del proprio corpo, dei risultati superati o meno…) che dicono qualcosa della fisicità e del nostro modo di essere in crescita, che non tutto è valutazione arbitraria del proprio io.
E questi dati prima o poi vanno considerati con oggettività, senza soccombere sempre sotto a valutazioni soggettive che per ii ragazzi diventano sentenza che schiaccia.
Come pure sono importanti i feedback esterni, quello che gli altri ci dicono di noi non come giudizio a cui sottostare, ma come elemento che aiuta a non essere univoci e autoreferenziali.
Un adulto attento e vicino può far capire che quello che gli altri ci dicono a volte è specchio, che può anche servirci talvolta a piacerci di più, non solo a squalificarci, e può arricchire quello che pensiamo di noi!
Perché anche in questo caso è sempre e comunque la relazione che ci salva, tutti, dalla deriva di noi stessi.
