Overtourism: quando il turismo diventa” avere” e non “essere”

7 Agosto 2025by Chiara Gatti0
Dal turismo di massa alla perdita del senso del viaggio

L’overtourism, o per dirla con un termine italiano, il sovraffollamento turistico o sovraturismo, è un fenomeno che sempre di più influenza il tempo delle vacanze, riguardando l’impatto sociale e ambientale che certe modalità di turismo producono, stravolgendo spesso gli ambienti che impatta senza troppi riguardi.

Rientra, a mio avviso, in quella dimensione consumistica che tende a rendere merce da possedere proprio tutto quello che viviamo o a cui ci avviciniamo.

Che cos’è davvero l’overtourism?

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo il fenomeno si definisce come «l’impatto […] su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori».

Ora, come possiamo tentare di capire questa nuova tendenza che, anche se non ci riguarda come atteggiamento diretto, può capitare che di riflesso influenzi negativamente anche un nostro viaggio o una nostra vacanza?
Quali possono essere i nostri comportamenti virtuosi per ritornare a goderci pienamente un momento di immersione in uno splendido scenario naturale o in uno spaccato di città d’arte o luogo pittoresco?

Piccoli gesti per un turismo più consapevole

Il nostro esempio può far in qualche modo riflettere un turista “mordi e fuggi” che ci troviamo accanto e può scoprire un modo nuovo e più creativo di visitare quei luoghi?

Credo che questo sia possibile e abbia molto a che fare col tema non solo del nostro benessere psico-fisico personale, ma anche di quello collettivo. E col fatto che di questo ambiente che ci circonda penso sia importante che ci sentiamo sempre più responsabili.

Quando i social trasformano i luoghi in scenografie

Assistiamo infatti a esempi, ormai molto noti sui social, di come splendidi luoghi si stiano trasformando quasi in set fotografici per migliaia di turisti che li cercano solo per uno scatto veloce, ed il selfie da esibire sui social.
Questo implica anche che venga a mancare la possibilità di una vera e propria immersione nella bellezza del luogo naturale circostante, coi suoi profumi, odori, sapori e incontri, e del quale non si può godere col necessario tempo e silenzio che servirebbe, invece, per farne un’esperienza veramente nutriente.

Il caso delle Dolomiti
Luoghi meravigliosi schiacciati dal peso della popolarità

Potremmo citare molti esempi in tutto il mondo, ma prendiamone uno vicino a noi, quello sulle nostre Dolomiti, dove luoghi come i laghi di Braies e del Sorapiss, le Tre Cime di Lavaredo sono gli esempi più evidenti. Anche il Monte Seceda, nella Val Gardena sopra il paese di Ortisei, con la meravigliosa visione della catena delle Odle, è divenuto un tragico esempio di questo fenomeno, con migliaia di turisti che prendono la funivia solo per uno scatto panoramico, al punto tale che si sono rese necessarie contingentazioni di accessi tramite tornelli per gestire le lunghe file di attesa per salire.
Facile immaginare come tutto questo rischi in breve di alterare irrimediabilmente i ritmi e gli ecosistemi di certi ambienti montani e anche le buone pratiche di vita che i locali avevano appreso per abitare quei luoghi, anche al tempo di un turismo che ancora poteva definirsi sostenibile.

La ricerca dello scatto perfetto

Oggi la ricerca dello “scatto perfetto” spinge milioni di persone verso destinazioni virali che sono state scelte per la loro instagrammabilità (o Instagrammability), legate al loro visual appealing e ad hashtag come #bucketlist o #hiddenparadise, creando hype su luoghi che spesso non hanno infrastrutture adeguate.
Nel caso del Seceda influencer, travel bloggers e migliaia di turisti hanno geotaggato foto e video con hashtag come #Seceda #Dolomites #BucketListTravel.

Ma allora: perché scegliere ancora il turismo sostenibile?

Ma, a questo punto, perché potrebbe ancora essere appetibile un turismo sostenibile, che segue il desiderio dell’uomo, le sue istanze più profonde e non solo i suoi bisogni di visibilità e possesso di ogni cosa?
Forse più che imporre modalità di gestione pratica, si dovrebbe ripensare a che cosa può spingere a visitare certi luoghi incantati come quelli citati.

Rainer Maria Rilke e l’arte del “vedere l’invisibile”

Ora un viaggio, nella nostra tradizione di secoli, da sempre rispondeva a domande interiori, si legava all’essere della persona, alla sua ricerca esistenziale e alla ricerca di senso e di risposte che caratterizzavano il passaggio dall’età giovanile a quella definitivamente adulta.
Se pensiamo a un grande poeta della nostra cultura occidentale, Rainer Maria Rilke, vediamo che nei suoi “Quaderni di Malte Laurids Brigge“, romanzo in forma di diario scritto tra il 1904 e il 19010 e ambientato a Parigi, descriveva la vera esperienza del mondo come il “vedere l’invisibile”.

Tornare a viaggiare con profondità

Oggi, luoghi del cuore suggestivi come le Dolomiti o le Cinque Terre, come gli angoli più significativi e storici delle nostre città d’arte, si svuotano spesso dell’aggancio con l’interiorità di chi la guarda, dell’attesa di un luogo sognato a lungo o ritrovato dopo tempo, per diventare vuoti scenari a mo’ di scenografie per immagini possedute appunto come trofei.
Spicca il senso dell’avere anche rivolto ad un luogo, un consumistico gusto di possesso che si distacca dall’immergersi nell’evento con tutte le scoperte e le suggestioni impreviste che quell’incontro potrà avere , arricchendo chi compie l’esperienza di tanti diversi doni e mutazioni.

La preoccupazione di quanti guarderanno quell’immagine virtuale e di quello che ne penseranno, rendendo quello stesso scatto una merce da esibire che può piacere o meno in base ai like che riceverà, può togliere ogni gusto e ogni intenzionalità di contatto vero e pieno con quell’ambiente in quel preciso momento.

Un invito alla lentezza, alla pazienza, all’ascolto

Invertire questa rotta così deviata è a dir poco necessario se si vuole tornare a godersi uno dei grandi “spazi”che sono rimasti all’uomo per non perdere la propria delicatezza interiore: la bellezza naturale come pure quella artistica.
In questo, lo sguardo di un percorso di counselling, che ci riporti allo stupore della visione, può aiutarci, invitandoci a riprendere uno sguardo “rilkiano”: lento, personale, capace di ascoltare.

Reimparare a vedere

E’ un modo di ricollegarci alla nostra dimensione interiore, e alla bellezza attorno a noi che possiamo apprezzare e contemplare, ascoltando ancora la voce di Rilke:

Imparare a vedere: io non sapevo che occorresse farlo. Credevo che bastasse aprire gli occhi e guardare. Non è così. […] Bisogna vedere più in profondità, più lentamente, con più pazienza. Davanti a questo enorme apparato di cose e immagini, la gente passa e crede di aver visto. Ma ha solo guardato. Saper vedere è un’arte, la più difficile.”

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Chiara Gatti Counsellor
Ascolto, sostegno e orientamento per il benessere emotivo e relazionale.
paroleinrelazione.it
CIONSULTI ONLINE E IN STUDIO
Studio presso Piazza Amendola 14, 47521 Cesena (FC)
SEGUICI SUI SOCIAL
Rimani aggiornato su novità e approfondimenti
Chiara Gatti Counsellor
Ascolto, sostegno e orientamento per il benessere emotivo e relazionale.
Consulti Online e Studio
Studio presso Piazza Amendola 14, 47521 Cesena (FC)
SEGUIMI SUI SOCIAL
Novità e approfondimenti.

© 2025 Chiara Gatti Counsellor – Tutti i diritti riservati – P.iva 04738660408